Mediare senza confini. Realtà o opportunità?

A distanza di oltre sette anni dall’entrata in vigore del decreto legislativo n. 28/2010 e, quindi, dell’introduzione all’interno del nostro sistema giuridico della mediazione civile e commerciale, è doveroso trarre qualche conclusioni e fare i primi bilanci.

Cosa è cambiato in Italia dopo l’introduzione della mediazione civile e commerciale?

È veramente migliorato lo stato di salute del pianeta giustizia?

È veramente diminuito il tasso di conflittualità?

Sono migliorate le relazioni sociali e, per effetto di esse, anche il sistema economico in cui muoviamo i nostri passi?

È stata accolta e metabolizzata dagli addetti ai lavori e dalla società civile una sana cultura della mediazione da contrapporre alla imperante e dilagante cultura del conflitto?

Ho sempre creduto e credo nella mediazione quale strumento di risoluzione delle conflittualità.

Ho sempre creduto e credo che la mediazione non rappresenti soltanto uno strumento di risoluzione delle controversie da confinare e relegare in un ambito squisitamente giuridico, ma che, in realtà, essa rappresenti molto di più.

La mediazione è cultura, un metodo, un modo diverso di approcciare la vita e le relazioni sociali.

Vista da questa prospettiva e con questa consapevolezza la mediazione ha ancora immense potenzialità da offrire al sistema giustizia e al sistema economico – sociale.

Forse è giunto il momento di smettere di pensare che la mediazione sia solo uno strumento cui il legislatore ha delegato l’arduo compito di deflazionare il carico giudiziale.

È arrivato il momento di porsi un’altra domanda.

Invertiamo la prospettiva.

Per un attimo non interroghiamoci più su quale sia lo strumento più adatto a contribuire in modo significativo a deflazionare il numero dei procedimenti giudiziari pendenti ma poniamoci una domanda di natura diversa.

Perché in Italia esiste un così alto tasso di conflittualità e, per l’effetto, un così elevato numero di procedimenti pendenti che affollano e occupano le aule di giustizia?

Le statistiche ministeriali confermano che la mediazione ha, senz’altro, contribuito in questi anni a ridurre il contenzioso giudiziario ma i problemi sono ancora lì.

C’è ancora tanto da fare, partendo da un presupposto, ovvero che la mediazione presenta ancora importanti margini di crescita ed importanti potenzialità che, ad oggi, non sono ancora state adeguatamente valorizzate ed utilizzate.

Cerchiamo di interrogarci sulle ragioni di tutto ciò, riflettendo su ciò che è stato fatto, su come lo si è fatto e su quello che ancora possiamo fare, alla ricerca di spazi e campi di applicazione ancora da scoprire, vivere e valorizzare.

Forse occorre partire proprio da qui.

Non dal numero di procedimenti pendenti ma dalla consapevolezza che in Italia esiste un altissimo tasso di conflittualità; dalla consapevolezza che in Italia, allo stato, predomina una cultura del conflitto in contrapposizione a una cultura del dialogo e della mediazione.

Iniziamo da qui, con un atteggiamento costruttivo e con la consapevolezza che occorre partire dalla base, ovvero da una attività di divulgazione costante e coordinata della cultura della mediazione.

Occorre parlare di mediazione; occorre farlo nelle scuole, nelle organizzazioni, nelle istituzioni; parlando non più solo della mediazione come strumento di risoluzione dei conflitti già esistenti ma della mediazione come metodo, come cultura, come opportunità per la prevenzione dei conflitti.

Accogliendo questa prospettiva è facile rendersi conto come la mediazione abbia oggi  spazi applicativi ampi e come non si tratti più di  qualcosa che attiene solo al diritto e alla giustizia.

La mediazione è molto di più.

Impareremo a comprendere che la mediazione non è più soltanto uno strumento alternativo di risoluzione dei conflitti esistenti da utilizzare nel caso in cui siamo costretti a affrontare e gestire una controversia giudiziale.

Se ci fermiamo a ragionare un attimo su questo concetto ci rendiamo conto di come, in realtà, ognuno di noi si trovi nelle condizioni di mediare e negoziare ogni giorno.

Mediamo e negoziamo quando dobbiamo decidere dove andare a cena o quale meta estiva scegliere per le nostre vacanze.

Mediamo e negoziamo quando dobbiamo discutere di un contratto con il nostro partner commerciale.

Mediamo e negoziamo quando discutiamo con il nostro collega di lavoro o con il nostro datore di lavoro su come eseguire la nostra prestazione lavorativa e quando definiamo e concordiamo il compenso connesso alla prestazione lavorativa che ci è stata affidata.

Lo facciamo tutti giorni. Da autodidatta e, forse, senza la reale consapevolezza di farlo. Senza conoscere le tecniche e le dinamiche che governano una mediazione o una negoziazione e che possono aiutarci a riconoscere e utilizzare le emozioni che sentiamo e viviamo.

Il risultato è che spesso queste mediazioni quotidiane non sfociano in un accordo ma si trasformano in un conflitto in cui le parti, trincerandosi dietro le rispettive posizioni e interessi, non si riconoscono e finiscono per alzare una barriera che, di fatto, interrompe ogni processo di comunicazione.

Imparare a mediare, a riconoscere le emozioni e comprendere l’altro porta con sé una grande opportunità, ovvero la capacità di generare, come sosteneva Joseph Folger, la trasformazione del conflitto.

Iniziamo a guardare la mediazione da questa prospettiva.

Uno strumento, un metodo da utilizzare nella vita quotidiana, senza limiti e senza confini.

Mediare senza limiti e senza confini.

Pensiamo a come la mediazione possa rivelarsi utile, ad esempio, all’interno del contesto scolastico.

È sufficiente leggere qualche quotidiano o seguire i telegiornali nazionali e locali per rendersi conto di alcuni fenomeni ormai dilaganti, che trovano proprie nelle scuole terreno fertile di sviluppo.

Pensiamo molto semplicemente al fenomeno del bullismo e agli effetti pericolosi ad esso connessi.

In questo contesto, la divulgazione di una cultura della mediazione, da contrapporre all’imperante cultura del conflitto, può rappresentare la chiave di svolta.

Pensiamo a come la mediazione, in ambito culturale, possa rivelarsi utile per favorire l’integrazione tra soggetti di culture diverse. Ascolto, riconoscimento, comprensione possono guidarci verso processi di integrazione sani e costruttivi, imparando a conoscere l’altro e valorizzarne le differenze.

Il dialogo improntato sulle dinamiche della mediazione rappresenta una opportunità che non può essere ignorata.

Pensiamo a come la mediazione possa migliorare le conflittualità familiari.

La mediazione familiare è una realtà che ha ancora ampi margini di crescita. Crisi coniugali, rapporti genitoriali, violenza sulle donne, stalking sono fenomeni che hanno un minimo comune denominatore: l’assenza o l’interruzione di processi di comunicazione e riconoscimento reciproco nelle relazioni familiari.

La cultura del riconoscimento, della mediazione rappresenta una possibilità per affrontare in modo diverso queste problematiche.

Non in ottica punitiva o afflittiva, ma in ottica preventiva.

Non sarà la panacea di tutti i mali che affliggono la nostra società, ma rappresenta indubbiamente una opportunità che non possiamo lasciarci sfuggire.

È sufficiente un banale brainstorming che ruoti intorno al termine “mediazione” per scoprire come essa probabilmente non abbia limite e confini.

Mediazione civile e commerciale, mediazione scolastica, mediazione penale, mediazione penale minorile, mediazione familiare, mediazione culturale, mediazione politica, mediazione ambientale sono solo alcuni dei campi di applicazione. Non poniamoci né limiti, né confini.

 

 

 

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